Associazione MOLINETTO DELLA CRODA

Le foto del molinetto
dal 18 febbraio al 19 marzo 2006

PAOLO E GIOVANNI POSSAMAI
Una famiglia nel divenire

 

 

PAOLO E GIOVANNI POSSAMAI

Ai più, ai non intenditori d’arte, il nome Possamai può giungere nuovo. Eppure molti dei monumenti delle nostre piazze, le statue di tante chiese, alcuni apprezzati lavori scultorei, portano il loro nome.
Solighettesi di origine, i Possamai, cui una etimologia popolare dà il significato di ”polsa mai”, cioè” riposa mai”, hanno tradizioni secolari nel campo dell’artigianato del marmo.
Nella seconda metà del ‘Ottocento, intorno al 1870 circa, Paolo (1859- 1938) studiò a Milano all’Accademia di Brera. Fu un’esperienza preziosa, destinata a produrre frutti cospicui in campo artistico.
Nel 1890 fondò a Solighetto il celebre laboratorio-marmi, da cui, per oltre mezzo secolo, uscirono numerosissime opere di notevole valore artistico. Alla sua morte i giornali dell’epoca lo commemorarono come “il miglior allievo di Butti, che fu il miglior allievo di Canova”,
L’opera più feconda non fu però di Paolo, ma quella di uno dei suoi figli, Giovanni.
Giovanni Possamai nacque a Solighetto IS gennaio 1890, primo di cinque figli, e compi il suo apprendistato nel laboratorio di scultura dei padre. Iniziò quindi a frequentare l’Accademia di nelle Arti di Venezia, che presto abbandonò per ‘Accademia di Brera, a Milano, dove si diplomò nei 1908 e l’anno seguente divenne insegnante alla cattedra di disegno.
Ancora giovanissimo si era dedicato a lavori soprattutto di soggetti religiosi, Andava così sgrezzando la tecnica e cercava la strada in cui avrebbe potuto esprimere il proprio talento.
Il 1909 e i seguenti furono anni tormentati in campo culturale. E il momento delle riviste tiorentine, il Leonardo, la Voce, Lacerba. L’annodi Marinetti e del Manifesto futurista, apparso sul Figaro di Parigi. Nel 1910 esce il “Manifesto tecnico della pittura futurista” a firma di Boccioni, Carrà, Balia, Russolo e Severini. L’architettura futurista ha il suo maggiore esponente nel comasco Antonio Sant’Elia, che ne stilò il Manifesto nel 1914.
Si ha notizia della partecipazione di Possamai, insieme a Sant’Elia, al concorso del 1912 per la nuova stazione di Milano nell’ambito del progetto dell’architetto Cantoni. Agli anni di Brera è anche da far risalire un altro fondamentale incontro di Possamai, quello con Leonardo Dudreville, A partire dall’inverno 1913 Possamai è l’unico scultore a far parte del gruppo Nuove Tendenze, Come “aderente” firma il volantino del 20 marzo 1914, esponendo alla Famiglia Artistica quattro sculture in gesso e in catalogo una dichiarazione di poetica.
Costretto dalle necessità familiari rientrò quindi a Solighetto, dove sviluppò un’intensa attività di scultore. Mantenne tuttavia stretti legami con Milano, dove si recava mensilmente,
Durante l’invasione austriaca del Quartier del Piave molte sue opere andarono perdute e durante la battaglia del Piave lo studio dei Possamai fu interamente distrutto. Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1915, Giovanni, di simpatie anarchiche e quindi acceso antimilitarista, fu richiamato alle armi e, avendo rinunciato al grado, venne mandato in prima linea nel corpo degli Arditi Reggimentali. Ferito nella battaglia del Forte di Luserna, nell’altopiano di Asiago, tu fatto prigioniero. Dopo una lunga degenza in ospedale a Kufstein, nel Tirolo, venne rinchiuso nel campo di concentramento di Mauthausen, in Austria, dove rimase per 17 mesi, Avendo eseguito un ritratto di Francesco Giuseppe, come premio ottenne la possibilità di dedicarsi alla scultura in una baracca adibita a studio. Le opere venivano poste in vendita tramite la Croce Rossa e il ricavato diviso fra i prigionieri italiani, Di questa produzione si conosce solo una terracotta. Rientrato in Italia nel 1919 sposò Elsa Meneghel, da cui ebbe tre figli: Paolo, Gianmaria e Jacopo.
Nel settembre 1920 partecipò all’Esposizione Nazionale d’Arte a Vicenza. Realizzò negli anni del dopoguerra numerosi Monumenti ai Caduti nelle zone del conflitto, a seguito di vittorie in concorsi. Fu inoltre incaricato di sovrintendere a]la ricostruzione di edifici pubblici e religiosi distrutti nelle zone invase del Veneto, realizzando cosi numerosi progetti architettonici. Possamai, in società con Torres, lavorò in tutta Italia; sono sue le sculture del tempio votivo del Lido, il piano regolatore di Cassino; lavorò all’Esposizione Universale nel 42, al Palazzo della Civiltà Italiana, ai Palazzo degli Uffici, al Teatro Romano, via Jenner, a Roma. Qui nel Veneto ricorderemo, fra le altre opere, la villa di Toti dal Monte, e chiese di Soligo, di Noventa di Piave, Ma la produzione artistica più valida del Possamai dobbiamo cercarla nel campo della scultura, I suoi maestri in questo settore furono Medardo Rosso e Rodin. Le sue opere sono disseminate in tutto il Veneto: il monumento dì Covolo, il Cristo del duomo di San Donà, I gruppo dell’altar maggiore di Pieve di Soligo.
Nel monumento di Sernaglia si può cogliere qualche accenno delle origini futuriste dell’artista. lì capolavoro scultoreo è a Falzè: Tre arditi all’assalto. Il monumento, in bronzo, è del ‘25; evidente l’impronta futurista nel triangolo su cui poggia tutto il gruppo, nella ricerca del movimento, nell’abbozzo appena accennato dei particolari.
Antifascista irriducibile, gli venne saccheggiato lo studio nel 1926 e quindi distrutto e disperso il lavoro eseguito durante quegli anni. Nel 1934 si recò in Cina, dove svolse attività di scultore. Ritornò in Italia nel 1938 e lavorò a Roma come architetto nell’ambito dell’E.42 sotto nome altrui. Una mediazione della cognata, I celebre soprano Toti dal Monte, con Mussolini gli garanti tranquillità in cambio del silenzio.
Nel 1944 la casa e lo studio di Solighetto, dove si trovavano in deposito le poche sculture realizzate a Roma, vennero nuovamente distrutte in una rappresaglia repubblichina. Lo stesso avvenne per la casa a Roma in seguito ad un bombardamento alleato. Nel secondo dopoguerra lavorò come architetto nell’ambito della ricostruzione, ma, sfiduciato, abbandonò le sue ricerche artistiche.
Mori a Monselice nel 1964.